Domnisoara Skal- cap.1- romanzo

Questo romanzo è dedicato

alla memoria del mio

gatto Cenerino

Le avventure di Domnisoara Skal

di Serena S.


/2006/

(capitolo primo)

Nel Parco

/dal diario di Skal/

 

Preferii tornare a casa molto presto, invece che restare lì con quelle compagne chiassose. Non che non mi piacesse divertirmi in modo frivolo e fare confusione in compagnia ma, quella sera, tutto era esplicitamente fuori luogo, fuori sintonia. La comitiva non era delle migliori, disprezzavo quelle persone, il loro modo di sentirsi sempre a proprio agio, in ogni circostanza e luogo. Inoltre non concepivo come possibile avere come unica preoccupazione, nella vita, la perfezione delle ciglia e del giusto abbigliamento per sedurre qualche scalognato. Io ero sempre il solito pesce fuor d’acqua e non me ne vergognavo per niente. Avevo superato da un pezzo, per mia fortuna, l’età scolastica e di conseguenza potevo stare in disparte tranquillamente, senza nessun senso d’inferiorità o mania di protagonismo repressa. Il mio cervello era pieno d’idee, disegni, potenza creativa, nonostante che in quel periodo non avessi nessun progetto definito cui dedicarmi. Insomma non mi sentivo in dovere di dimostrare qualcosa agli altri, né tanto meno alle altre! Mi compiacevo di quel periodo ordinato della mia esistenza, per tanto tempo l’avevo bramato e, probabilmente, anche meritato quindi… Non mi restava che stare in pace e lasciare che la mia mente mi portasse chissà dove.

Mentre camminavo, osservai curiosa la volta celeste, era una tarda sera di fine novembre. Il cielo, da grigio che era stato durante il giorno, si era trasformato in un’infinita tela blu molto scura, con delle potenti sfumature nerastre. La Luna traspariva ogni tanto dai nuvoloni trasportati da una brezza carica di umidità. Quella era una notte di Luna piena e, per fortuna, di stelle non se ne scorgevano, così tutto era più orientato al mistero. Per strada, per un bel pezzo, non incontrai che pochi uomini infagottati in pesanti pastrani, la maggior parte di loro rincasava tardivamente dopo un giorno trascorso dietro una scrivania e, non era difficile capire perché camminassero tanto in fretta; la lunga giornata sedentaria, il freddo di quella notte, la quasi promessa di un acquazzone e la voglia di abbracciare i propri figlioli, per poi riposare al caldo e al sicuro. Tutto questo mi riportava alla mia infanzia, le tanto attese sere di fine autunno, trascorse davanti a uno scoppiettante focolare, le chiacchere dei miei genitori, i miei giocattoli di legno sparsi sul tappeto bruciacchiato e familiare. Da un po’ abitavo da sola e non me ne dispiacevo. Adoravo la mia vecchia casa, i bei ricordi che custodiva insieme a qualche momentaccio che mi aveva, comunque, fatta diventare ciò che ero e, sopra di tutto, amavo con tutta me stessa i miei genitori. Forse era tutto questo amore che mi portavo dentro che non mi faceva sentire il peso della distanza e della solitudine; e poi nella mia nuova casa avevo ricreato il mio habitat ideale, quello che per tanto tempo era esistito solo nella mia fantasia, in quanto alla solitudine non ero esattamente sola… Viveva con me un bel micio tigrato di nome Pergolino, vivace e indipendente che, sicuramente, in quel momento stava anche lui rincasando, intimorito dal brutto tempo, dopo estenuanti scorribande sui tetti. Essendo un tipo molto emancipato non si sarebbe preoccupato di trovarsi a casa da solo e non si sarebbe offeso per le coccole extra che gli avrei riservato al mio rientro! In ogni caso continuai a camminare con molta calma, nonostante il gelo che il paltò copriva appena.

Ormai avevo superato la piazza principale e le strade solitamente più praticate, m’incamminai sul lungo fiume, dal piccolo parapetto osservai che la corrente, stranamente torrentizia, trasportava molti tronchi, addirittura un intero albero con tanto di radici! Uno spettacolo insolito tragicamente illuminato dai lampioni di zinco nero che, nella loro ordinata disposizione, finivano per riportarmi alla memoria i racconti del terrore di cui ero un’accanita divoratrice. Eppure, quei lampioni, erano gli unici e i rassicuranti portatori di luce in quelle tenebre quasi invernali. Una volta rincasata mi sarei preparata un buon tè alla viola per riscaldarmi, e avrei preso qualche libro dalla mia biblioteca personale, libri già letti e conosciuti da cui però continuavo a trarre buona compagnia e ispirazione. Ero solo un po’ indecisa sul candelabro che avrei adoperato per fare luce, ne avevo di bellissimi, alcuni antichi e molto originali. Una piccola collezione di oggetti per me preziosissimi e misteriosi, bè … Un po’ eccentrica lo sono ma niente a che vedere con monsieur le comte Dracula, con la sua collezione di bare! Sì, in confronto io sono e resterò per sempre una dilettante! Fortunatamente intorno a me non c’era nessuno, perché inizia a ridere a crepapelle. Ridevo di me stessa, del torrente in piena che usciva dalla mia mente, inarrestabile creatrice di sciocchezze!

Si stava facendo veramente tardi e ormai la Luna era stata inghiottita completamente da una pesante coltre di nubi, il vento sembrava essersi calmato proprio nell’attimo in cui anche il più impercettibile bagliore lunare era stato celato. Cominciai a sentire il bisogno di stringere e vezzeggiare il mio gatto, ma avevo ancora un po’ di strada da fare. Avrei potuto prendere un tassì o il tram, ma oramai ero lontana dal centro e, tornare indietro, sarebbe stata una perdita di tempo. Da una stradina abbellita da una siepe sempreverde sbucò una coppia abbracciata, dovevano essere un po’ alticci e faceva una certa allegria vederli camminare insieme, traballanti e innamorati, di certo c’era una festa nei dintorni poiché si sentiva una musica briosa, forse un’orchestrina con tanto colore intorno, lasciai alle mie spalle i due innamorati e la musica in lontananza, e improvvisamente mi sentii triste. Il silenzio mi piombò addosso prepotente e totale, quasi spaventoso. Qualunque cosa mi sarebbe stata di conforto: lo scalpitio di una carrozza pubblica, l’inveire di un ubriacone, le chiacchere di qualche passante, l’abbaiare di un cane, invece niente, niente venne in mio soccorso.

Per arrivare alla mia abitazione dovevo attraversare il giardino pubblico, quella era la strada più breve e non avevo intenzione di allungare ancora la mia promenade notturna. Durante le ore diurne era quello il luogo in cui si poteva dormire sotti gli alberi con il permesso delle formiche, i bambini ruzzolavano dietro alle loro ruote o alle palle colorate, si poteva leggere un libro sulle graziose panchine di ferro battuto. Gli scoiattoli si avvicinavano temerari e ghiotti per poi fuggire con il loro bottino, noci e patatine! I passerotti contendevano ai merli i loro insetti preferiti. Invece di notte sembrava una fitta foresta, impenetrabile e piena d’insidie! Mi sentii proprio una sciocca e sospirando osservai le residenze eleganti che avevo tutto intorno, piene di brave persone che dormivano placidamente. Non c’era nulla di cui avere timore. Infatti intorno a me tutto era perfettamente immobile e tranquillo, il vento si era fermato già da un po’, di passanti era normale non incontrarne, vista l’ora e la lontananza dalla zona dei teatri e dei club. Per me invece era naturale trovarmi lì giacché stavo rientrando a casa dopo una serata sbagliata. Nel mio animo c’era tutta una successione di emozioni contrastanti, la voglia di girovagare in cerca di situazioni insolite e oscure, la perfetta calma nell’osservare la mutevole Natura sopra la città addormentata e l’impazienza di tornare a casa e chiudere finalmente la porta alle mie spalle, mettere fine a quel giorno per sognarne un altro, più avvincente e emozionante.

Dovevo decidermi, ormai sostavo immobile da alcuni minuti. Dovevo attraversare la strada e varcare le soglie del giardino; mi guardai intorno per l’ennesima volta, non c’era proprio anima viva e nessun suono si poneva tra il mio respiro e tutto quel silenzio irreale. Finalmente i miei piedi decisero di muoversi, un profondo respiro svuotò il mio stomaco dall’ansia, anche se solo momentaneamente. Sembravano trascorsi interi giorni da che mi trovavo in un salotto ben illuminato e vivace, in mezzo a civetterie, chiacchere e coppe di champagne, invece non era trascorsa neanche un’ora, ma l’atmosfera intorno a me era così diversa… Conoscevo a memoria quel luogo, le aiuole con splendide rose e, poco distanti, quelle degli iris che, da sempre, erano i fiori che più amavo. Nel luogo in cui sono cresciuta, in primavera, fiorivano spontaneamente un po’ ovunque, insieme alle orchidee selvatiche. Rammentavo le dicerie che gli anziani ci raccontavano cercando di trasmetterci un po’ di saggezza ancestrale. Mi avvicinai a un iris, il più alto e fiero che riuscii a vedere in quell’oscurità, e ne seguii il disegno con le dita, accarezzandone la forma peculiare, mentre che una voce antica e conosciuta mi parlò dal passato “le tre punte del suo fiore rappresentano la fede, la saggezza e il coraggio”, proprio tutte le qualità di cui avevo bisogno in quella circostanza, e non solo!

Ringraziai quel bel fiore nato in un periodo così insolito e ripresi il mio cammino, tornando a seguire il vialetto principale che attraversava il parco. Ben presto il boschetto di querce prese il posto delle aiuole fiorite, quella era la zona in cui ci si sedeva volentieri a leggere e riposare al fresco degli alberi, al centro di quei piccoli boschi c’erano delle radure in cui i bambini correvano insieme ai loro cagnolini, e un paio di stagni abitati da oche, paperelle e incantevoli cigni neri ma, in quel momento, sembrava che il bosco fosse fitto e ricco di vegetazione, una sorta di sottobosco inesistente durante il giorno. Era davvero affascinante e strano…

Continuai a camminare a passo lesto domandandomi quando sarebbe finito quel silenzio, che era davvero irreale, non avvertivo nemmeno il suono dei miei stessi passi. I lampioni ora erano radi e, non appena individua il ponticello che attraversava un limpido corso d’acqua  e che, soprattutto, corrispondeva alla metà del cammino che dovevo compiere per uscire dal parco, alcune luci si abbassarono fino a diventare come impercettibili lumini. Mi strinsi nel cappotto cercando di affrettare il passo, senza guardarmi troppo intorno, ho un buon senso dell’orientamento e la strada da compiere non era poi complicata. Qualcosa luccicava a mezz’aria, era la balaustra del piccolo ponte, ne riconobbi la foggia al tatto, mi sentii un po’ rassicurata, un po’ sospesa in mezzo al nulla a causa forse della mancanza di luce elettrica, fu una sensazione molto forte e vibrante ma cercai di non dargli peso. Una volta attraversato mi sarei messa a correre fino al portone di casa, invece…

All’improvviso si levò un vento gelido che denudò la Luna dal suo pudico velo di nubi. Quello che mi si prospettò davanti agli occhi fu per davvero allucinante. Il ponticello non era più solo di pochi metri, ma molto più lungo e largo, delle enormi sculture alate erano poste alle sue estremità e, di là dell’attraversamento non c’era nessun boschetto cittadino, né tanto meno le altalene e gli scivoli dei bambini, bensì un cupo palazzo, con statue annerite, tra i resti di un recinto, ancora imponente nonostante fosse rotto dalla vegetazione e, su tutto, una torre laterale le cui vetrate erano illuminate in modo violento da una luce rossa e viola.

Penso che in quel preciso istante il mio cuore abbia smesso di battere e non potevo dargli torto, rimasi immobile, con una mano ghiacciata e sudata appoggiata alla spalliera del ponte. Quell’immagine sconosciuta e impossibile, quel luogo che non era di quel luogo. Una visione come un enorme dipinto grottesco in cui io camminavo e respiravo affannosamente. Non avevo mai visto niente di più grandioso e spaventoso. Il vento era violento e di lì a poco la Luna tornò di nuovo a nascondersi dietro a nuvole scure. Che cosa potevo fare? Attraversai il ponte con la mente confusa.

Pochi passi, gli stessi che mi permettevano di attraversarlo ogni pomeriggio, durante la passeggiata che facevo in compagnia di Pergolino, al di là del piccolo corso d’acqua  non c’era nessuna cancellata nera, nessun giardino decadente ornato di statue macabre, né tanto meno la lugubre facciata di quel palazzo. Trovai solo giovani querce ai lati del sentiero di candida ghiaia, poi un prato con tutti i giochi preferiti dai bambini, panchine di ferro battuto gentilmente illuminate da lampioni. Sentii in lontananza dei gatti in amore miagolare fastidiosi e il verso di una civetta. Quando mi avvicinai all’uscita del giardino passò un’anacronistica carrozza e l’ultimo tram della sera. Qualcuno aveva voglia di discutere nonostante la tarda ora. Intravidi finalmente il mio palazzo, il mio portone… Attraversai la strada correndo, il rumore dei tacchi dei miei stivaletti era musica celestiale, ancora con il cuore in gola e la fronte coperta di sudore. Corsi anche per le scale, avrei voluto urlare, piangere come una bambina inseguita dall’uomo nero, ma dovetti trattenermi: la porta di casa, Pergolino a attendermi con una abbondante razione di fusa, un tè caldo e qualche coperta sotto cui nascondermi. Tutto quello che desideravo.

(le avventure di Skal continuano…)

Allegoria della Musica, Joan Brull (1863-1912)

 

 

Le fotografie a corredo di questo capitolo sono state scattate la notte del 31 ottobre 2015 al Castello di Rivalta.

 

Al prossimo episodio,

(che potete leggere QUI)

le avventure di Skal
saranno a disposizione di chiunque abbia voglia di leggerle, e
fanno parte della raccolta cartacea autoprodotta
“Tra le Pieghe della Notte”.

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