Domnisoara Skal- cap.2 – romanzo

Le avventure di Domnisoara Skal

/2006/

(capitolo secondo)

ILLUSIONI SPETTRALI?

/dal diario di Skal/

Il trascorrere lento e uggioso dei giorni rese il ricordo di quella notte nel parco un po’ meno inquietante. Davanti allo specchio della mia camera osservavo il mio volto più calmo e riflettevo, per l’ennesima volta, sull’accaduto. Intanto Pergolino si stiracchiava sul letto ancora sfatto, dopo una lunga e beata dormita. Avevo evitato di andare al parco anche in pieno giorno, le mie passeggiate in compagnia del mio amico a quattro zampe si erano limitate alla bottega del lattaio. Inoltre la mia vita mondana si era ridotta all’osso, così come le mie letture dal gusto decisamente oscuro. Era per davvero ridicolo! Quella non potevo essere io! Soprattutto non potevo continuare così… Aprii il cassetto del comò e afferrai il guinzaglio del micio; dopo pochi istanti eravamo già allegramente in strada, verso il giardino pubblico delle… illusioni spettrali?

Era una bella mattina, nonostante il clima rigido di quei primi giorni di dicembre, la città cominciava a abbellirsi in attesa degli ornamenti natalizi e, anche se non praticavo da tempo la religione cattolica, questo mi rincuorava ancora di più grazie alle numerose persone che si vedevano in giro in quel periodo dell’anno. Anche il giardino pubblico era molto frequentato, le bancarelle di dolciumi erano raddoppiate e, soprattutto a quell’ora e in quella rara e preziosa mattina piena di sole, il parterre si riempiva di bimbi, cagnolini, tate. I nonni indaffarati a correre dietro ai pargoli, lasciavano da parte il quotidiano di economia e il tabacco della pipa! Pergolino era davvero una bizzarra creatura e attirava l’attenzione di grandi e piccini, di lì a poco aveva una nutrita schiera di ammiratori e, tutto fiero, mostrava il suo elegante collarino di velluto rosso, lo stesso colore del mio soprabito di taglio orientale. Passeggiavamo tranquilli in mezzo alle fioriture di ciclamini, alle siepi di bosso e alle piccole querce che tanto mi rammentavano la mia fanciullezza, i primi esperimenti magici della mia adolescenza spensierata, trascorsa per lo più nel “Regno delle Fate”! Il cielo era azzurro e le gazze svolazzavano in cerca di tesori; quasi senza accorgermene mi ritrovai in riva al fiumiciattolo. La mia mente era lontana anni luce da quella brutta esperienza ma non appena posai lo sguardo sul corso d’acqua il sangue mi si gelò nelle vene, e i miei pensieri ripiombarono sull’immagine sinistra che mi aveva sconvolto pochi giorni prima. Quello che avevo sempre conosciuto come un insignificante corso d’acqua, tranquillo e lento, con poca acqua quasi stagnante, era diventato violento e dinamico come un terrente di montagna in piena. L’acqua era di un marrone opaco e il suo letto si era allargato fino quasi a rendere malfermo il ponte di legno. Fissai tutto quello con occhi persi e increduli, stringendo il mio gatto tra le braccia, dato che era improvvisamente diventato nervoso, forse a causa della corrente violenta o al repentino cambio del colore del cielo.

Dopo un po’ mi accorsi che sull’altra sponda degli operai stavano confabulando tra loro, indicando il corso d’acqua, uno di loro scrollò le spalle mentre l’altro riunì gli attrezzi di lavoro, forse si erano illusi di poter fare qualcosa per rendere meno pericoloso il piccolo ponte ma, inverosimilmente, il terreno su cui poggiava , su entrambe le sponde, franava sempre più e il letto del fiume sembrava raddoppiato da quando mi trovavo lì. Anche i nervi di Pergolino erano peggiorati esattamente come il tempo; anche se mi era difficile staccare gli occhi da quello spettacolo, decisi di allontanarmi. Non conoscevo il motivo per cui stava succedendo, poteva essere il più naturale dei fenomeni o poteva essere dovuto a qualche fattore umano, eppure c’era qualcosa che mi guidava chiaramente verso motivazioni più oscure. Dovevo indagare. Questo proposito, nella mia mente, era luminoso come un diamante! Anche se non avevo nessuna idea di come avrei condotto la ricerca né a cosa mi avrebbe portato a scoprire il segreto che si nascondeva in quel parco. Ma questi e altri pensieri dovetti metterli da parte: una creaturina tremava contro il mio petto. Rincasai velocemente e inizia con il chiedermi a chi potevo rivolgermi per dare il via alle mie assurde indagini, mentre l’acqua del tè bolliva e bolliva…


Passarono alcuni giorni, mi ero procurata una vecchia mappa della città ma non mi fu molto utile. Nel periodo a cui risaliva esisteva già il parco cittadino, anche se il suo perimetro non era esattamente lo stesso che conoscevo, solo la parte centrale era coperta da un grande giardino, esattamente come quello odierno. Cercai di capire se c’era una spiegazione logica, o almeno naturale, per il fenomeno di erosione che si stava manifestando in quei giorni, ma sembrava che nessuno fosse più illuminato di me. Erano ormai settimane che non pioveva in modo copioso e i piccoli affluenti, di quello che un tempo era un bonario corso d’acqua, erano addirittura in secca. Anche quello era un fatto inspiegabile.

 

Ordinai una cioccolata alla cannella, il Caffè che avevamo scelto per incontrarci era uno dei più eleganti e rinomati della città. Il brusio e il cicaleccio degli altri locali erano sostituiti da un discreto e ovattato mormorio e, l’effluvio delle spezie portava a una piacevole distensione; soprattutto il nostro tavolo era in una saletta appartata, decorata con stucchi dorati e tappezzeria damascata color porpora, sembrava essere il luogo ideale per un appuntamento con Emil de Laszowska, esperto di esoterismo, praticante dell’antica religione e grande studioso dei misteri del nostro mondo solo in apparenza conosciuto. Certo che con la mia cioccolata calda fumante non dovetti fargli una impressione adeguata ma, in ogni modo, i suoi incredibili occhi “verde muschio bagnato dalla rugiada del mattino” non si allontanarono mai dal mio sguardo e, non credo che una singola parola di quanto gli raccontai si sottrasse alla sua attenzione.

Dopo avergli raccontato ciò che era accaduto la notte nel parco, Emil restò in silenzio per un po’, ovviamente ne approfittai per ordinare dei biscotti all’anice, di cui ero molto ghiotta, per mia sorpresa anche lui gli apprezzò molto. Avevo sempre immaginato Emil immerso in strane e solenni letture, nella cupa penombra del suo studio, mi sorpresi nel vederlo mangiare con gusto dei semplici biscotti. Molto spesso il mio cervello crea strani mondi, questo è noto ai più ed anche Emil partì da questo. Dal presupposto che tutto quello che avevo visto apparirmi davanti non fosse altro che una suggestione della mia mente; non mi offesi, era più che lecito pensarlo ma io ero molto sicura di quello che avevo visto, di come tutto fosse mutato intorno a me con l’arrivo di quell’improvvisa luce lunare, ed Emil scartò immediatamente quell’ipotesi. Lo ringraziai per la fiducia e decidemmo di recarci alla biblioteca municipale per cercare ogni notizia possibile sulla storia della città e, più precisamente, del quartiere dove vivevo. Non importava il tempo che avremmo speso in quel modo, per l’indagine che stavamo affrontando, era necessario avere una chiara base di partenza.

Poco dopo mi ritrovavo immersa in una nuvola di polvere; Emil sfogliava già vecchi tomi, mentre io a malapena riuscivo a respirare, quel luogo era poco frequentato, a nessuno importava più di sapere le vecchie vicende della città e dei suoi abitanti, in effetti non suscitavano grandi emozioni, si trattava per lo più di questioni legali riguardanti terreni oggetto di dispute e eredità che avevano scatenato più di un conflitto familiare; non trovammo nulla che riguardasse fatti bizzarri accaduti nel parco, né tanto meno tracce di antiche abitazioni in quel luogo e, dopo due ore di ricerche inconcludenti decidemmo di fare una pausa. La sede della biblioteca era un antico palazzo del seicento, in epoca medioevale, al suo posto, sorgeva una fortezza-prigione e ne conservava ancora i sotterranei, dove oltre a alcune stanze che un tempo erano state celle di sicurezza, ce ne erano alcune adibite a sale di tortura, ero molto curiosa di visitarle, così di comune accordo decidemmo di scendere a dare un’occhiata.  Scendemmo l’elegante scalinata di marmo, gli affreschi rendevano tutto molto frivolo e paradisiaco, ma poco più in giù una tortuosa e umida scaletta di pietre consumate sembrava accompagnare direttamente all’Inferno. I sotterranei erano poco illuminati e l’odore di umido e di aria invecchiata con i secoli erano appena tollerabili. Emil aveva con sé una torcia e sembrava perfettamente a suo agio in quell’ambiente angusto, girottolammo come due topi nella stiva di una nave piena di grano! Il mistero e l’oscurità erano il nostro più grande divertimento, Emil era un perfetto compagno di svaghi, anche se i nostri giochi avevano un perché di sinistro e incerto.

Qualcosa mi fece trasalire, una parte dei sotterranei erano adibiti a magazzino, anche se in modo ufficioso sembrava che molto materiale fosse stato destinato a ammuffire miseramente, c’erano plichi contenenti documenti, grossi volumi rilegati in pelle ormai annerita, scatoloni pieni di chissà quante storie destinate all’oblio; in un’altra cella la situazione era più o meno la stessa; appoggiati a una parete c’erano anche quadri con ancora la cornice in uno stile sovraccarico di elementi decorativi. Emil si avvicinò e fece luce con la torcia, io inizia a scostare dal muro le grandi tele. Il primo aveva come soggetto un veliero durante una tempesta, il secondo era il ritratto di una giovane donna, una splendida e malinconica giovinetta, con un severo abito color oltremare e, il terzo quadro… Emil dovette aiutarmi poiché era più grande degli altri e molto pesante, ma non fu il suo peso a farmi impallidire e rabbrividire di orrore… Il terzo quadro mostrava la stessa identica scena che mi era apparsa nel parco. Solo l’atmosfera era raffigurata in modo meno decadente. Non avevo nessun dubbio: quello era il palazzo che mi era apparso nell’ultima notte di Luna piena.

Era un vero mistero e io c’ero dentro fino all’osso! Portammo a fatica i tre dipinti sotto una feritoia per osservarli meglio, era chiaro che erano legati tra loro. Le cornici erano identiche e il pittore si era firmato con le medesime iniziali.

 

(le avventure di Skal continuano…)

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